Occupazione sempre più negativa al Sud. Cambiare passo ed evitare la fuga dei giovani

Occupazione sempre più negativa al Sud. Cambiare passo ed evitare la fuga dei giovani

Non è partito bene l’anno lavorativo in Sicilia. I dati dell’Istat sull’andamento del mercato del lavoro nel primo trimestre 2018 in raffronto con lo stesso periodo del 2017 sono impietosi: in Sicilia gli occupati diminuiscono di 10mila unità, passando da 1.358.000 a 1.348.000, e la disoccupazione cresce di un punto percentuale, passando dal 22% al 23,1%, ma che si allinea sempre di più ad un situazione generale preoccupante. Numeri che parlano chiaro di una situazione territoriale che vede giovani e meno giovani vittime di questa escalation che non mette fine al sistema e che abbraccia tutti i settori  del commercio, dei servizi, della ristorazione e degli alberghi fanno registrare, nei tre mesi presi in considerazione, un collasso rispetto al 2017, con 44 mila posti di lavoro in meno.

Aumenta invece l’occupazione dell’industria in senso stretto con un aumento di 25 mila unità, imputabili alla nascita di tremila nuove imprese e alla cantieristica, e nell’agricoltura con 13 mila occupati in più. Fermo il settore dell’edilizia, fattore trainante al Sud e che rimane tutt’ora vittima della lenta burocrazia che nonostante si stia cercando di oltrepassare gli ostacoli, non riesce a ripartire  tra varie istituzioni nazionali e regionali.

A questo scopo, è stato siglato un memorandum nelle scorse settimane “per il rilancio del lavoro pubblico nel Mezzogiorno”, un patto per il lavoro sottoscritto nei giorni scorsi a Napoli tra i governatori delle Regioni Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia, nel corso di un incontro sull’occupazione promosso dalla Regione Campania. Un incontro che ha messo in comune le problematiche del territorio delle singole regioni  meridionali per far fronte alle difficoltà non ancora superate, dando un forte segnale al nuovo governo nazionale, promuovere l’occupazione pubblica, mantenere e incrementare gli investimenti in infrastrutture e fare pressione affinché i fondi europei non diventino sostitutivi della spesa ordinaria.

Un piano da mettere subito in atto con una ripartenza che deve sopperire ai 450mila pensionamenti che si avranno nei prossimi cinque anni, quindi con risorse che devono essere messe in campo sopratutto per rimpinguare 200mila giovani che scalpitano di trovare un’occupazione ed inserirli nella pubblica amministrazione e in altri settori, cercando di fermare l’esodo degli ultimi tempi che ha visto un fuggi fuggi generale di cervelli o meno. Tempi duri anche per gli over 50 che annaspano tra cavilli burocratici pensionistici e tempi che giornalmente si allungano e sofferenza psicologica che prende il sopravvento nella singola persona che non riesce a reagire a questo sistema sempre più buio.

Antonio David  

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