INCONTRI Le interviste di Salvino Cavallaro/ A tu per tu con Paolo Cagno, dottore in farmacia

INCONTRI  Le interviste di Salvino Cavallaro/  A tu per tu con Paolo Cagno, dottore in farmacia

Paolo Cagno, dottore e co responsabile della farmacia Santa Silvia di Torino, è uno di quei personaggi che per caratteristiche umane e professionali, si pone come persona sensibile che intende il proprio lavoro con spiccato senso etico. E’ interessante leggere il suo percorso umano che spesso mi ha fatto riflettere sul significato profondo dei valori della vita di tutti i giorni. Ecco, per la rubrica “Incontri” ho pensato di intervistare proprio lui, un personaggio che pur non essendo sotto le luci della ribalta mediatica, riesce ugualmente a darci alcuni momenti di approfondimento attraverso la sua storia personale. E’ la vita di un ragazzo che ha studiato, si è laureato ed è diventato farmacista come mamma e papà, non per continuare la tradizione di famiglia ma per avere una opportunità in più per relazionarsi con la sua gente, con le persone comuni che tutti i giorni si presentano in farmacia per avere consigli e attimi di umanità. Dunque, buona lettura a tutti. 

Dottor Paolo, rievochiamo le tue radici e le figure di mamma e papà?

“I miei genitori hanno aperto nel ’68 la Farmacia Santa Silvia a Torino, rilevandola da un dottore che l’aveva vinta a concorso. Qui, tra queste mura, papà e mamma hanno lavorato per 50 anni e adesso sono subentrato io e mia sorella. Mio papà, in maniera molto saggia, a un certo punto della sua vita si è ritirato dall’attività per lasciare a noi figli la possibilità di continuare un percorso professionale libero. E’ stato un gesto altruistico quello di papà, il quale si è preoccupato di non interferire nel nuovo modo di gestire la farmacia da parte mia, di mia sorella e anche di mamma che, prima di ritirarsi, ha voluto darci una mano ancora per poco tempo.”

Mamma e papà, con quali delle due figure a te care ti rivedi più vicino caratterialmente?

“E’ difficile dirlo perché papà era molto solare e aperto alle tematiche sociali del quartiere. Oggi trovo difficile interpretare questa sua visione di vita professionale, proprio perché il bacino d’utenza del quartiere è cambiato, il mondo e le tematiche sociali sono differenti, per cui ripercorrere le sue gesta è molto difficili per un mutamento generazionale che si manifesta attraverso forme e sfaccettature diverse. Mia mamma, invece, è sempre stata un po’ più riservata ed ha portato avanti la gestione contabile della farmacia. Questo nostro lavoro si caratterizza con tante cose ed è fatto di molte sfaccettature, infatti, se è vero che c’è bisogno di molta attenzione nel rapporto con la clientela, così come faceva papà, è altresì vero che è indispensabile organizzarsi bene nella parte gestionale, per migliorare giorno dopo giorno il buon andamento dell’attività.”

Il tuo indirizzo di studi è un qualcosa che è stato deciso da te, oppure c’è stata l’esigenza di continuare l’attività iniziata dai tuoi genitori?

“No, il mio indirizzo di studi è stato scelto da me, perché la natura mi ha dotato di una particolare sensibilità verso i rapporti con la gente. Sapevo già fin dall’inizio che per fare bene questo lavoro è necessario avere delle caratteristiche particolari che io possedevo naturalmente, in quanto ho seguito i miei nonni dal punto di vista umano e affettivo. Mio papà mi ha sempre incoraggiato a fare ciò che ho desiderato di più, tuttavia, se avessi scelto di laurearmi e continuare a lavorare per la farmacia, avrei avuto l’opportunità di orientarmi su lavori diversi. Essere dottore in farmacia non è un lavoro statico di chi sta solo dietro al banco per leggere le ricette e fornire i farmaci, ma è un qualcosa che ti dà modo di spaziare molto attraverso il contatto con i clienti, con quelle persone che desiderano un consiglio professionale e con le quali riesci anche a raggiungere quell’empatia che fa bene a entrambi.”

Paolo, cosa ricordi della tua infanzia?

“La mia infanzia si è sviluppata in questo quartiere di Torino, proprio qui che siamo ai limiti della zona Santa Rita e Mirafiori Nord. Ricordo che mi piaceva molto andare sui pattini e in bicicletta. Spesso giocavamo anche per strada, grazie anche al fatto che il quartiere dava garanzia di sicurezza dal punto di vista della mancanza di pericoli. Devo dire che sono molto affezionato a questa zona di Torino che mi ha visto crescere e dove c’è molta popolazione meridionale che risente ancora del boom economico che ha beneficiato la nostra città fin dall’ormai lontano 1960. E poi devo dire che ho una particolare simpatia per le persone che arrivano dal Sud, in quanto mia mamma che è nata in Tunisia ed è siciliana di Pantelleria, mi ha dato nel sangue geni siciliani che mi danno modo di trattare con una certa facilità tutte le persone che hanno estrazione meridionale e non solo. E’ una sorta di attrazione che ho per loro, per la loro storia, per la loro cultura e per la proverbiale forza di sacrificio verso il lavoro, che hanno dimostrato proprio in questo nostro quartiere di Torino, in cui ormai da molti anni hanno fondato le loro radici.”

Quali erano i tuoi giochi preferiti da bambino?

“Come ho già detto in precedenza, mi piaceva molto andare in bicicletta, sui pattini a rotelle e altri giochi che facevo con i miei amici, anche se devo dire che non sono stato mai un grande appassionato di giochi di squadra. Poi la vita mi ha portato a fare anche tante altre esperienze di sport a contatto con il mare. Per me il gioco è sempre stato uno sport, come ad esempio il nuoto che ho frequentato in piscina quando ancora mamma mi accompagnava nella vicina via Lima di Torino. Sono stati anni belli che ricordo davvero con molto affetto.”

Nel rapporto con gli altri sei sempre stato estroverso anche da ragazzo?

“Assolutamente sì. Da questo punto di vista mi sento molto simile a mio padre che era una persona molto attenta alle relazioni.”

Crescendo, quali caratteristiche del tuo carattere hai conservato ancora oggi?

“L’amore verso la vita, un qualcosa che è insito in me ancor di più oggi che sono padre di due figli. Ritengo che sia bello vedere l’evolversi della vita stessa anche attraverso gli altri che ti danno modo di apprezzarne i contenuti e certi risvolti che sanno di riflessione. Sia sul lavoro che in famiglia mi piace dedicarmi sempre agli altri. I miei simili non sono numeri o pacchi postali da spostare a piacimento, sono persone con le loro storie e i loro percorsi di vita che meritano sempre rispetto.”

Paolo, tra amore e amicizia c’è differenza?

“Per me amicizia è sinonimo di fratellanza, nel senso che un amico per me è come un fratello e quindi un po’ lo amo. Ma il passaggio dall’amicizia alla fraternità e all’amore, è molto breve. E’ come allargare la famiglia con la propria moglie che si ama. Una sorta di tante tessere che si incastrano con facilità in un puzzle colmo di sentimenti.”

Come ti approcci davanti alla diversità

“Diverso è uno che non si conosce. Dire che una persona è diversa è come ignorare chi ti sta davanti e non sai in che cosa è diverso da te. E’ senza dubbio un concetto difficile da spiegare, ma desidero approfondirlo per farmi capire meglio. Se penso che una persona sia diversa da me, è perché non lo conosco e di conseguenza ne ignoro la motivazione per cui sia diverso o diversa da me. Ma se io lo conosco, posso dire che concettualmente differisce da me su tante cose, senza tuttavia farmi impaurire da pretestuosi preconcetti che sanno di emarginazione. Quindi, penso che l’ignorante è quello che ignora i problemi e la diversità delle persone. Se uno è diverso, è semplicemente perché si deve conoscere la persona e rispettarne la storia, senza mai abbandonarsi ad immotivate paure che possono turbare i rapporti umani.”

Dopo la morte di tuo padre, cos’è cambiato nella tua vita?

“Sono più riflessivo sulla presa di coscienza che il tempo sta passando e ci troviamo in un ciclo vitale dove c’è la nascita, la vita e la morte. Tuttavia, sono sempre più sicuro che le persone non muoiono mai se rimangono vive in noi stessi. Bisogna sempre parlarne, sempre mantenerle vive attraverso il ricordo che resta indelebile. Certo, mi manca papà, ma lo sento vicino perché ne parlo sempre.”

Mi racconti la giornata lavorativa che in farmacia condividi assieme a tua sorella?

“L’ago della bilancia è mia sorella Luisella, nel senso che se la vedo sorridente vuol dire che le cose stanno andando bene. Con lei (che io chiamo “santa” in maniera affettuosa) vado molto d’accordo e condivido certe problematiche lavorative da affrontare. Con Luisella mi confido ed insieme cerchiamo di risolvere ciò che quotidianamente richiede particolare attenzione. Si fanno tantissime cose insieme, dalla contabilità, ai flussi bancari e alla gestione generale della farmacia. Tuttavia, ciò che è più importante in una farmacia, non sono le cose che ho appena detto ma il rapporto con il cliente. Arrivare a riempire l’80% del lavoro quotidiano al banco con il servizio verso i clienti, resta la cosa più importante del nostro mestiere. In quel caso vuol dire che si è lavorato bene, pur pensando che il restante 20% è comunque comprensivo della gestione di cui prima parlavo.”

Paolo, sappiamo che assieme agli altri componenti della vostra farmacia, tu sei considerato dai tuoi clienti come una persona preparata professionalmente e con spiccate caratteristiche di umano pensiero. E’ vero?

“Come ho già detto, per fare questo mestiere c’è bisogno di umanità perché si tocca sempre la salute di una persona e, come tale, c’è principalmente bisogno di rispetto e di sensibilità su tanti aspetti psicologici. Ritornando a papà, devo dire che lui è stato un maestro di umanità e di empatia. Io ho ereditato questo modo d’essere nel mettermi a disposizione del mio interlocutore. Potrei servire un “Conte”, un “Re”, un “Papa” e intrattenermi nella relazione. La stessa cosa devo e voglio fare dal punto di vista etico e umano, anche con chi si presenta al banco della farmacia e dimostra chiare insufficienze culturali. Parlare la lingua dell’interlocutore è la base su cui credo di aver fondato il mio lavoro fin dal primo giorno. Non ci sono differenze di sorta, perché al centro c’è sempre la persona con i suoi dubbi e le ansie dovute al proprio stato di salute. E quindi l’empatia si pone come base essenziale del mio lavoro, almeno così come io lo intendo.”

Cosa c’è nella vita che ti piace di più? E cosa invece ti infastidisce?

“In questo momento la cosa che mi piace di più è vedere la vita dei miei figli che si sta trasformando nel senso del loro sviluppo e della loro crescita psicologica. E’ una sfida con me stesso che voglio gustare quotidianamente le piccole grandi cose della vita, come essere genitore felice e consapevole dell’impegno che un padre deve avere. Troppe volte ci dimentichiamo che sono le piccole cose che fanno la felicità, quella stessa felicità che io provo la sera quando torno a casa stanco dal lavoro e mi sento appagato nel ritrovarmi coinvolto dal calore della mia famiglia unita. La cosa che mi infastidisce di più è invece la trasformazione della nostra socialità, e quindi il rapporto interumano che si sta disgregando penalizzando la crescita delle nuove generazioni. Su questo aspetto penso spesso ai miei figli e alle loro possibili difficoltà che possono incontrare nella loro vita. Ed è proprio la mancanza di sicurezza in questo mondo che stiamo creando e sviluppando in maniera negativa, che mi lascia perplesso per il futuro dei giovani di oggi.”

La sensibilità è un qualcosa che nella vita si ritorce contro la persona, oppure la ritieni un valore aggiunto?

“Come tutte le cose belle che esistono nella vita, sono da portare avanti con fatica. La sensibilità fa parte dell’anima, e come tale si fa fatica anche se alla fine si è premiati. Per mia natura, penso che la sensibilità sia un lato di noi da tenere sempre sveglio anche se è indubbiamente faticoso.”

Difficoltà del vivere quotidiano e momenti di riflessioni mistiche che portano alla Fede in Dio. Tu come vivi queste situazioni di vita?

“Dicevo pocanzi che in questo periodo della mia vita sto godendo la famiglia i miei figli e anche i miei credi personali. Grazie a mia moglie stiamo frequentando una Parrocchia e mi sono riavvicinato tantissimo alla religione. Oggi che ho 45 anni, sono arrivato in un momento di vita in cui ho la possibilità e il desiderio personale di ristudiare il nostro Credo. Sembra una banalità, ma anche solo il fatto di andare a Messa e avere gli strumenti per spiegare ai bambini che cosa sta succedendo durante la funzione religiosa, vi assicuro che non è assolutamente facile. Certo, se uno va in Chiesa in maniera passiva è un conto, ma se invece si va con lo spirito del senso religioso, allora c’è qualcosa che ti resta dentro.”

Qual è la cosa che ti appaga maggiormente e quale ti fa più male?

“Sono felice quando i miei figli mi sorridono. La cosa che mi ferisce di più è quando vado a dormire e non ho l’animo sereno.”

Paolo, cosa c’è dietro l’angolo della tua vita?

“Per mia natura sono molto curioso, questo mi aiuta a non cadere nell’oblio e nella lamentela continua. Sono convinto che usando il cervello, lo studio e la professione, ci si vada ad auto nutrire di cose positive. Mi auguro che dietro al mio angolo ci sia la possibilità di andare avanti e avere sempre il cervello più sviluppato e nutrito di informazioni, di studi continui e di cose belle. Nella vita nessuno dà la felicità agli altri, ma bisogna crearla da noi stessi perché nulla avviene con semplicità. E poi dietro l’angolo vorrei ci fosse la mia famiglia cresciuta in un mondo diverso, dove la speranza di oggi fosse la certezza del domani. E ancora, come posso non augurarmi che ci sia la salute? Già, quella salute che resta la base del vivere sani, un tema questo che tocco personalmente tutti i giorni, incontrando la gente che viene a trovarci in farmacia.”

Salvino Cavallaro                          

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