La dignità di una Torino colpita al cuore dal virus

La dignità di una Torino colpita al cuore dal virus

L’inquietante difficoltà di vivere sereni. La casa come unico rifugio dal contagio del Coronavirus. A Torino come in altre città del Nord, in questi giorni si sta vivendo nell’ansia di essere contagiati dal galoppante virus sconosciuto che miete vittime e si propaga con una facilità indescrivibile. Si sopravvive più che vivere come reclusi, esattamente come chi deve scontare la pena ai domiciliari senza mai uscire di casa, vedere nessuno, rendersi conto che la vita, quella vera, è tutta un’altra cosa. Le strade sono deserte, nei bar c’è poca gente, i dehors sono vuoti. Piazza Castello, Piazza Carignano, Piazza San Carlo e Piazza Vittorio sono deserte. Torino è una città vuota e smembrata della sua storica cultura, dei musei che restano chiusi, delle attività sportive bloccate. C’è timore del contagio e anche i mezzi pubblici non sono presi d’assalto come nella normalità delle ore di punta, ma si utilizzano per lo stretto necessario con parsimonia. Sembra di essere in agosto, quando la città si svuota per le vacanze estive. Ma è ancora peggiore la situazione perché in quel periodo resta almeno una parvenza di vita, mentre adesso tutto sembra simile a una città fantasma. E’ la tristezza di questi giorni di falcidianti ricoveri di massa, di strutture ospedaliere che sono sull’orlo della crisi per mancanza di posti letto in reparto e in rianimazione. Giorno e notte si convive con il silenzio rotto soltanto dallo stridio insopportabile delle ambulanze capaci di stringerti il cuore. Dal giardino di casa persino gli scoiattoli sono scomparsi, forse anche loro per paura del contagio hanno pensato di rifugiarsi in posti sicuri; chissà se su qualche albero più alto da terra o sotto qualche tana costruita un po’ sotto il livello dell’erba che non appare più del suo verde intenso a causa delle piogge che non cadono più da tanto tempo. Tutto sembra fermo, silente, fuori da ogni forma di vita. Sono giorni bui a Torino, il salotto sabaudo sta soffrendo come non mai per la sua gente, per i suoi tanti contagiati, per i morti e per coloro i quali vivono nella paura. Non stringere la mano a nessuno, lavarsi ripetutamente le mani, non stare a contatto in posti in cui ci sono molte persone, se starnutisci fallo sul braccio, e tante altre raccomandazioni imposte dall’Istituto Superiore della Sanità che intende proteggerci da ogni possibile contagio. Una situazione triste che ci rende vulnerabili e particolarmente fragili dal punto di vista fisico e psicologico. C’è una flessione in tutti i settori, specie nell’ambito universitario, dove nella famosa Via Verdi di Torino si evince il senso di solitudine delle sparute persone che si incontrano e frettolosamente cercano di guadagnare la loro dimora preservatrice di contagio. Una crisi che si riflette in modo drammatico nei gestori dei locali pubblici, piegando ogni velleità lavorativa. Un’epidemia che avrà sicuramente ripercussioni sull’economia torinese, con una speranza di ripresa che vediamo ancora troppo lontana. Ma la vera partita della speranza e della vita la stanno giocando negli ospedali, i medici, gli infermieri, i volontari, presi come sono a gestire in qualche modo uno stato di crisi inaspettata in un’Italia impreparata ad affrontare epidemie di tale portata. Frutto anche dei tagli che Regioni e Stato hanno imposto a un settore di vitale importanza quale è la Sanità. E chissà che questo male non risvegli per il futuro certe coscienze politiche sopite ormai da troppo tempo. E intanto tutto tace. A Torino ognuno è a casa. Niente cinema, teatri, stadi, c’è da stare soltanto a casa. E neanche lo sguardo che poniamo oltre la nostra finestra ci fa vedere la luce del giorno in cui potremo dire basta con il coronavirus, basta con l’angoscia della non speranza, basta con la vita che non è vita.

Salvino Cavallaro

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