Santino Smedili, poliedrico ed estroverso milazzese d’altri tempi

Santino Smedili, poliedrico ed estroverso milazzese d’altri tempi

E’ nato a Messina ma si può ritenere più milazzese di tanti altri mamertini di nascita, i quali non hanno saputo cogliere come lui lo spirito di essere vissuti e di abitare in una Milazzo vista con gli occhi di chi sa scavare nel profondo delle cose, anche le più apparentemente semplici. Dopo aver letto l’ultima fatica letteraria di Santino Smedili, “Altro giro, altra corsa” pubblicato da Lombardo edizioni (copia che mi è stata recapitata gentilmente dall’amico Attilio Andriolo) ho rivissuto tra le pagine del libro tutto l’amore per una città il cui respiro sentimentale s’interseca tra spirito goliardico della giovinezza e un sottile malinconico romanticismo legato a un mondo che cambia velocemente. Un piccolo universo che porta via con sé i ricordi che profumano ancora di tanti momenti legati a un passato che non è mero pensiero di una Milazzo che fu, ma una trasmissione di molteplici sentimenti che sanno di amore e riconoscenza. Già, amore e riconoscenza, due sentimenti profondi che si colgono nel tratto di un autore che in modo minuzioso ha fatto una storica ricerca di fatti e personaggi che si sono alternati come compagni di viaggio del suo percorso di vita vissuta a Milazzo, fin dal primo giorno in cui arrivò ad abitare nella casa in affitto che era prospiciente al piazzale della Chiesa di San Francesco. Merito di papà, un maestro pasticcere considerato e rispettato da tutti, il quale ha saputo creare attorno a lui un piccolo mondo fatto da attestati di riconoscenza a partire dal suo datore di lavoro. Poi la Sena, la famosa piazza di Milazzo cui Santino Smedili è particolarmente legato per aver vissuto molta parte della sua giovinezza. E ancora si rivivono i fatti e i personaggi di Piazza Perdichizzi,, Via Umberto I, il porto, la vecchia stazione, Acqueviole, la Marina Garibaldi, Vaccarella, il Borgo, San Papino, il Tono, senza dimenticare la Chiesa del Sacro Cuore e il Vecchio Mulino. Ricordi profondi, commoventi, che si intrecciano ai volti, alle storie, a tanti percorsi di vita apparentemente diversi ma simili in un contesto sociale che profumava di amicizia e dove il rispetto era sempre al di sopra di ogni cosa. C’era il Circolo Diana con il tiro al volo e il cinema all’aperto in estate, il Nuovo Circolo del Tennis e della Vela e poi quello dei Nobili, i quali rappresentavano una ristretta cerchia aristocratica di quel periodo in cui essi stessi si sono bene integrati a una Milazzo che prima della sua industrializzazione viveva prettamente di pesca e agricoltura. Una narrazione che l’autore tramanda anche alle giovani generazioni per presentare le radici profonde di una Milazzo che è storia ma soprattutto umanità. Sì, perché in quelle innumerevoli fotografie rigorosamente riprodotte in bianco e nero, traspare lo sguardo di chi viveva orgogliosamente di poco ma con l’onestà di portare avanti la propria famiglia, fare studiare i propri figli e creare i presupposti per una vita migliore. Ecco, il sacrificio che si fa fulcro centrale nella descrittiva di una Milazzo povera ma felice, serena, semplice e di una qualità di vita a dimensione umana. E poi cos’è la memoria se non il significato primario che usa la funzione psichica nel riprodurre nella mente l’esperienza passata attraverso le immagini, le sensazioni e di localizzarla nello spazio e nel tempo come qualcosa di indelebile? Non è retorica ma, così come ci fa intendere l’autore, è la narrazione di un periodo storico milazzese che ha bisogno di essere ricordato per avere la giusta dimensione di ciò che è oggi. Un patrimonio tramandato nel tempo, al quale qualche volta non si dà il giusto valore. E’ Milazzo con i suoi pro e le sue tante contraddizioni di oggi, che non possono cancellare i sentimenti più profondi di un piccolo universo che ci appartiene.

Salvino Cavallaro

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