Salvino Cavallaro

Il milazzese Salvino Cavallaro, trapiantato giovanissimo a Torino (dove ha costruito la sua vita lavorando con costanza e umiltà fino a diventare giornalista e scrittore accreditato al livello nazionale), colma nel giornalismo (e in certavariegata letteratura) dei nostri tempi una lacuna effettiva, costituita dalla serialità, pressoché impersonale, di molti scritti, che sembrano uscire, in effetti, dalla stessa mano: lo stesso stile, magari elegante, ma asciutto, asettico, freddo, anodino; la stessa lingua modellata, secondo norma, sull’italiano tradizionale, senza “sbavature” localistiche; la stessa tendenza a oggettivare, rifuggendo da implicazioni emotive, i fatti, anche sconvolgenti, di cui si tratta (forsanche acutamente).

Laddove, gli scritti giornalistici, gli aforismi, i racconti e le poesie del Nostro pullulano di riferimenti soggettivi, di opzioni peculiari, di sentimenti e di risentimenti personali, di curvature linguistiche particolari, di esplicite proposte morali e di aperture cordiali alle molteplici, spesso contraddittorie facce del reale, mantenendosi tuttavia l’autore su livelli urbani, discorsivi, medi della scrittura, ed evitando, nel contempo le trappole dell’ideologismo, nonché la retorica del moralismo gratuito e del patetico.

Si prendano gli aforismi, da cui trapela la visione del mondo positiva, costruttiva di chi – basandosi sui pilastri effettivi (anche meridionali) della cultura democratica del Novecento – “legge” la realtà contemporanea, indicando possibili, concrete vie d’uscita dai modelli, abbacinanti ma autodistruttivi, del falso progresso tecnologico in cui siamo immersi: sono proprio i sentimenti autentici (dell’amicizia, dell’amore) e i valori eterni (della giustizia, della solidarietà, della fede) quelli che Salvino Cavallaro promuove con garbo e misura in ogni suo scritto: «L’amicizia e la stima tra le persone non si misurano dell’assiduità con la quale si frequentano ma dalla profondità di tali sentimenti»; «L’amore è il pane con cui cibiamo il nostro quotidiano».

Nell’intervista all’ex arbitro Alfredo Trentalange – l’intervista è l’arma privilegiata del giornalista Cavallaro, che scava sempre nell’animo dell’intervistatore, rendendone la fisionomia più autentica – si concentrano gli aspetti salienti della psicologia, della cultura e della personalità innovativa di questo originale scrittore che onora, senza meno, la professione nonché le sue origini sicule: una sua poesia, “E Poi c’è Milazzo”, divenuta canzone con la musica di Alex Righini illustra pienamente il fortissimo legame che lo lega alla città tirrenica.

E va infine detto che proprio la marca dell’autenticità e il crisma dell’emozione illuminano l’attività giornalistica e letteraria del Milazzese, colmando pienamente la lacuna di cui dicevamo all’inizio.

Giuseppe RANDO

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