SUCCESSO DELL’EDIPO DI SOFOCLE A SIRACUSA

Edipo….
Il destino è scritto in modo indelebile, ciò che deve accadere accade…
L’Edipo a Siracusa: la sera in cui io l’ho visto, il teatro era stracolmo, non c’era pietra quella millenaria che non fosse coperta da uno spettatore, una conca variopinta, quasi a contrastare il bianco e nero della scenografia di Carsen.
Una scenografia che incideva la vista e l’anima, come se i colori fossero nel logos della tragedia di Sofocle, la tragedia dell’Alètheia; e più la verità si svela e più appare nel suo nudo orrore.
Mi chiedevo quante fossero presso i greci le accezioni della nudità; se dominassero quelle della bellezza della Venere callipigia o quelle della nudità di Edipo, quell’Edipo che regna saggio e felice accanto a Giocasta e ai suoi figli, ignaro della sua discendenza, ma che nel suo cammino anche le sue mani si erano macchiate di sangue, di chiunque esso fosse il sangue è orrore…
Quell’Edipo a cui giunge l’eco di una profezia, e per questo fa chiamare a se con l’aiuto del cognato Creonte, l’indovino Tiresia, cieco per volontà di Apollo, il dio che punisce crudelmente chi si rifiuta, chi si ribella alla divinità.
Tiresia, splendidamente interpretato da Graziano Piazza, cieco davvero sulla scena, portava infatti delle lentine che gli escludevano la vista, solo un punto luminoso che era il pubblico, si porta alla dimora di Edipo ed è doloroso straziante il parto della profezia, vorrebbe che gli morisse dentro, solo quando viene costretto, offeso, minacciato di morte, rivela la verità nella sua essenza crudele. Le movenze, il trascinarsi del vecchio Tiresia sulla scena, sono più loquaci delle sue parole, e infine urla Tiresia la verità, gettando ormai il bastone che lo sorregge, perché non ha il peso dentro, e non ne ha più bisogno.
Edipo, l’attore Giuseppe Sartori, asciutto nel fisico, sicuro della sua integrità morale, inflessibile e inarrestabile in lui il desiderio di purificare la sua città dall’empietà che incombe su di essa, non si ferma, e passo passo come un chirurgo cerca il male da estirpare, senza anestetico, ma… chi non ha peccato scagli la prima pietra, perché mi dicevo si nasce con il peccato. Il suo è terribile e si dibatte l’uomo tra i suoi limiti di rifiuto illusorio tale da insultare Tiresia per la cecità, e la dolorosa ricerca d’identità e di verità.
L’attore intepreta magistralmente questa ricerca mentre intorno a lui Giocasta lo dissuade e lo esorta ad accettare la sua condizione . Maddalena Crippa, straordinaria, mai smisurata, come madre e come donna che ama trema, tiene e contiene il presagio terribile che dentro sente sino a che il corpo e i sensi cedono per lei.
Creonte offeso, accusato dallo stesso Edipo di aver tramato contro, si difende confutando l’accusa con la ragione. Creonte, superbo e saggio nell’interpretazione di Paolo Mazzarelli, rappresenta la verità discussa, ma ineluttabile.
Il servo che ha salvato Edipo legato ai piedi per essere dato alla morte, è la pietas: vana, in quest’immane tragedia. Non si lascia intravedere segno di quell’accezione edipica su cui tanto studiò Freud, ma un ingrato, crudele destino che confonde e inganna.
Il coro in questo scenario grandioso è stato protagonista alla pari, ha dipinto lo sviluppo degli eventi, ha trasmesso a tutto il teatro la drammaticità del vivere, guidato dal capo coro, Rosario Tedesco, ha disegnato, inciso sulla scena la tragicità dei fatti: armonia e dolore erano le facce della medaglia come amore e dolore, l’uno impossibile senza l’altro.
Edipo consapevole e straziato dalla verità non vuole la morte come Giocasta, ma vuole la vita, una vita di tenebre e si infligge la cecità e nudo e sanguinante, rotolando sui gradini di quella regia che lo ha visto in auge e ora in brevissimo tempo lo vede cadere. Ecco che le tenebre calano sul teatro, mentre il pubblico in un immane silenzio piange, “sull’umano stato”.
Robert Carsen nella sua imponente scenografia, di luci chiaro scure, suoni, di effetti tecnologici, ha fatto risaltare la parola, nella forza del logos, nella fedele traduzione del testo di Francesco Morosi, nella forza dell’interpretazione degli attori, che hanno umilmente accolto ed espresso la Verità di Sofocle.
Più volte mi sono commossa e più volte ho pensato e ripensato alla nostra fragilità, all’ineluttabilità del destino, alla Verità che è frutto del lavoro di ricerca in umiltà, viceversa è superbia, arroganza, miseria.
La Catarsi è proprio in questa consapevolezza, nella sua nuda e dolorosa essenza.
Grazie Robert Carsen, grazie al Traduttore, agli Attori tutti. Grazie Siracusa.
RITA CHILLEMI

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