Dott.ssa Vitaliti, dapprima c’era il Centro Territoriale Permanente, nel 2015 nasce con la sua Direzione, il CPIA Catania2 di Giarre. Se guarda indietro a questi 10 anni, è orgogliosa dei risultati raggiunti?
In un decennio il CPIA è diventato il fulcro dell’apprendimento permanente evolvendo attraverso tappe chiave. La fase
Il CPIA, oltre che una Istituzione scolastica, è un ente di legalità ma soprattutto di inclusione. Come si è rapportata la vostra scuola con le Istituzioni ed il tessuto sociale locale?
Per il CPIA Catania 2, aprirsi al territorio ha significato collaborare con tutti per portare legalità e accoglienza. Abbiamo lavorato a stretto contatto con i Comuni per trovare aule sicure e dignitose per i nostri studenti. Insieme alle carceri, alle associazioni e ai centri di accoglienza, abbiamo aiutato chi era rimasto indietro a ricominciare da capo. La nostra scuola è diventata così un punto di riferimento concreto, dove imparare la lingua e un mestiere significa diventare cittadini attivi e trovare il proprio posto nella società.
L’istruzione per adulti ha una metodologia diversa e più specifica rispetto all’istruzione per i giovani alunni. Come si è evoluta l’offerta formativa in direzione di studenti per lo più formati da lavoratori, stranieri e persone in cerca di riscatto?
L’offerta formativa si è evoluta superando la rigidità della scuola tradizionale per abbracciare l’andragogia, basata sulla personalizzazione e la flessibilità oraria. Attraverso il Patto Formativo Individuale e il riconoscimento dei crediti, valorizziamo le esperienze pregresse di lavoratori e adulti, riducendo i tempi di studio. Per gli studenti stranieri, i corsi si sono concentrati sull’alfabetizzazione linguistica (L2) e civica, chiavi d’accesso fondamentali per una reale integrazione. Abbiamo poi introdotto metodologie didattiche innovative e laboratoriali che mettono al centro le competenze concrete anziché i meri contenuti. Questa flessibilità ha trasformato i percorsi in concrete opportunità di riscatto per chi vuole reinserirsi nel lavoro o nella società.
L’integrazione è un punto di forza del suo CPIA. Qual è l’aspetto fondamentale che vi ha fatto diventare una sorta di “ponte” tra culture diverse?
L’aspetto fondamentale che ci ha resi un vero ponte tra culture diverse è l’aver superato la logica della semplice “accoglienza” per investire sulla corresponsabilità e sul riconoscimento del valore dell’altro. Attraverso il Patto Formativo Individuale, non abbiamo solo insegnato la lingua italiana, ma abbiamo validato le competenze e le storie di vita dei migranti, restituendo loro dignità sociale. Fondamentale è stata la sinergia strategica della Rete Territoriale-Prefetture, centri di accoglienza-terzo settore…In questo modo, il CPIA è diventato un luogo sicuro di scambio bidirezionale, dove la diversità non è un ostacolo da gestire, ma la materia prima per costruire cittadinanza e legalità.
Lei è la Dirigente di un Istituto con oltre 20 plessi. Quali sono state le maggiori difficoltà che ha affrontato in questi 10 anni?
Coordinare ventuno sedi così frammentate sul territorio è stata una sfida logistica notevole, in cui la difficoltà maggiore ha riguardato la continua contrattazione con gli Enti Locali per ottenere spazi stabili, dignitosi e sicuri. In questo contesto così complesso, la collaborazione con le sedi carcerarie è diventata una delle nostre esperienze più feconde, capace di superare ogni barriera burocratica e trasformare il diritto allo studio in un potente strumento di riscatto e dignità. Ma la vera vittoria di questo decennio è stata la capacità di amalgamare l’intero corpo docente: grazie a una visione condivisa e al coordinam
